Il ginocchio può andare incontro a problematiche di tipo traumatologico scheletrico piuttosto che meniscale o capsuloligamentoso eventualmente con associazione delle varie problematiche nei traumi ad alta energia cinetica. 
A parte consideriamo poi i problemi di lassità capsuloligamentosa che condizionano la stabilità della femororotulea (instabilità capsulo-legamentosa)

Le fratture del piatto tibiale costituiscono per il medico ortopedico che si accinge al loro trattamento una sorta di sfida nel tentativo di limitare al massimo le frequenti e temute complicanze di questo tipo di lesioni. In effetti da un lato esistono problemi di riduzione anatomica di queste fratture articolari e dall’altro la deviazione assiale cui possono dare luogo può determinare a medio o a lungo termine artrosi postraumatica del ginocchio. 

Considerando infine l’alta incidenza di queste fratture in soggetti giovani si comprende come il loro trattamento sia argomento di discussione tra due sostanziali orientamenti. 

Esistono i favorevoli al trattamento “aggressivo“ con apertura della articolazione, riduzione minuziosa sotto controllo diretto attraverso l’espansione delle trabecole ossee compenetrate dal trauma con l’innesto di osso autologo o di derivati dall’osso attualmente in commercio e coloro che preferiscono non aprire l’articolazione ma ridurre attraverso la visione radiografica indiretta e contenzionare con placche di ultima generazione attraverso accessi molto contenuti.

Per giudicare la scomposizione di una frattura del piatto tibiale, specie il laterale, è indispensabile eseguire esame TC. Personalmente preferisco l’atteggiamento aggressivo con artrotomia ampia al fine di giudicare direttamente il probabile affossamento della cartilagine articolare e il costrutto finale dopo innesto di osso volto a riespandere progressivamente la compenetrazione trabecolare e successiva sintesi con placca e viti a dare sostegno finale.Fondamentale reinserire la fibrocartilagine meniscale.Preferisco una immobilizzazione con valva gessata postoperatoria per massimo un paio di settimane seguita da rieducazione funzionale con lunga astensione dal carico libero ( fino a tre mesi nelle fratture maggiormente scomposte ).

Lesioni meniscali

Le recenti acquisizioni di ordine funzionale e biomeccanico ci portano a dare sempre maggior importanza alle lesioni meniscali un tempo, neanche tanto lontano, ritenute benigne e oggi considerate, se non trattate adeguatamente, responsabili di evoluzione artrosica del compartimento corrispondente alla lesione. Parliamo soprattutto del menisco esterno che fortunatamente è meno esposto a rischio di lacerazione rispetto al menisco interno anche se è più determinante, in caso di rottura, nell’evoluzione artrosica.

Le lesioni meniscali possono essere di tipo traumatico e di tipo degenerativo. Possono cioè essere la conseguenza di un trauma distorsivo del ginocchio che lacera una struttura meniscale integra come avviene nei soggetti giovani oppure possono derivare da un degrado artrosico dell’articolazione con associata lesione degenerativa del menisco che diventa incapace di resistere a traumi banali e connessi alla attività quotidiana (classica lesione associata meniscale e cartilaginea in soggetti oltre la quinta decade di vita e in sovrappeso).

ginocchio
Negli ultimi anni c’è stato un forte impulso agli studi orientati a verificare l’utilità di usare come terapia rigenerativa tissutale derivati del sangue ( PRP ) piuttosto che cellule rigenerative derivate dalla multiemulsione di tessuto grasso ( Lipogems ) che avrebbero una maggior capacità di orientare i processi riparativi della cartilagine danneggiata.
 
Personalmente sono orientato ad aspettare ancora un po’ di tempo prima di consigliare ai miei pazienti un trattamento attualmente non eseguibile in convenzione con il SSN.Il completamento di studi scientifici di alto livello riguardo all’efficacia delle varie tecniche rigenerative ci permetterà a breve di essere più precisi nell’orientamento da seguire.

Lesioni capsuloligamentose

Sono la conseguenza di traumi distorsivi che mettono in tensione i vari legamenti interessati provocando una lacerazione parziale o totale degli stessi a seconda della sollecitazione provocata. Il trattamento delle lesioni a carico dei legamenti collaterali (più frequente la lesione del legamento collaterale interno) è nella massima parte dei casi non chirurgico e si basa sul controllo del dolore e sul risparmio di quei movimenti capaci di provocare tensione a livello della cicatrice in formazione del legamento.

Questo compito può essere assolto da tutori con regolazione angolare programmabile della flessione facilmente reperibili in commercio.

Protesica

L’aumento della vita media permette un maggior uso con conseguente incremento della degenerazione artrosica delle articolazioni più grandi e con maggior grado di libertà articolare (spalla) e delle articolazioni cimentate dalla gravità (anca e ginocchio).

Quando l’artrosi diviene grave, il degrado della cartilagine articolare condiziona a tal punto la qualità di vita che, pur trattandosi di pazienti solitamente anziani con patologie associate di ordine internistico, si consiglia, se le condizioni generali lo permettono, l’intervento di sostituzione protesica dell’articolazione colpita.

ginocchio protesica

Piatto tibiale

Le fratture del piatto tibiale costituiscono per il medico ortopedico che si accinge al loro trattamento una sorta di sfida nel tentativo di limitare al massimo le frequenti e temute complicanze di questo tipo di lesioni. In effetti da un lato esistono problemi di riduzione anatomica di queste fratture articolari e dall’altro la deviazione assiale cui possono dare luogo può determinare a medio o a lungo termine artrosi postraumatica del ginocchio. 

Considerando infine l’alta incidenza di queste fratture in soggetti giovani si comprende come il loro trattamento sia argomento di discussione tra due sostanziali orientamenti. 

Esistono i favorevoli al trattamento “aggressivo“ con apertura della articolazione, riduzione minuziosa sotto controllo diretto attraverso l’espansione delle trabecole ossee compenetrate dal trauma con l’innesto di osso autologo o di derivati dall’osso attualmente in commercio e coloro che preferiscono non aprire l’articolazione ma ridurre attraverso la visione radiografica indiretta e contenzionare con placche di ultima generazione attraverso accessi molto contenuti.